Roberto Rossi
Face

Roberto Rossi - Face

nato a Bibbiena nel 1961 ha incontrato la Fotografia giovanissimo, a 12 anni, grazie al suo professore di applicazioni tecniche ed alle sue “lezioni” di camera oscura.

Da allora è stata una parte fondamentale della sua vita; la sua grande passione, il suo lavoro, il suo impegno organizzativo, la totalità delle sue giornate.

Nel mondo professionale la sua storia è iniziata nel 1983 con l’esperienza di assistente ad un noto fotografo fiorentino. Nel 1985 la scelta di aprire il suo studio fotografico grazie al quale per 25 anni si è dedicato alla fotografia pubblicitaria e di moda.

Come autore si è dedicato prevalentemente alla fotografia di ritratto e figura, ottenendo numerosi premi e riconoscimenti nei concorsi nazionali ed internazionali e realizzando mostre personali in tutto il territorio nazionale e alcune pubblicazioni.
Come organizzatore di eventi legati alla fotografia la sua attività è iniziata nel 1976 con il il primo concorso fotografico Trofeo Città di Bibbiena, giunto oggi alla 40° edizione; nello stesso anno ha fondato con alcuni amici il Club Fotografico AVIS Bibbiena, assumendone la carica di Presidente che ha ricoperto ininterrottamente fino ad oggi. Nel 1993 è stato eletto Consigliere Nazionale della FIAF, carica che ho ricoperto fino al 2002 e dal 2005 al 2014; dal 2008 al 2014 ha ricoperto il ruolo di Vicepresidente Nazionale FIAF, nel 2014 è stato eletto Presidente della FIAF. Dal 1993 al 2014 è stato direttore responsabile della rivista della FIAF (prima “Il Fotoamatore”, oggi “Fotoit”), vera e propria voce della Federazione su tutto il territorio nazionale. Sempre in campo editoriale è stato il curatore di tutte le pubblicazioni della FIAF degli ultimi 25 anni. E’ stato ideatore e coordinatore di manifestazioni a livello nazionale quali “Era l’Italia” ed “E’ L’Italia”; responsabile del comitato organizzatore per le celebrazioni del Cinquantenario FIAF nel 1998, del Congresso Internazionale FIAP di Prato 2001 e dei progetti Immagini del Gusto 2008, Passione Italia 2011 e ITACA 2012, TANTI per TUTTI 2015/2016 LA FAMIGLIA IN ITALIA 2017/2018.

Insignito delle onorificenze AFI 1990 – BFI 1997 – ESFIAP 2001, nel 2018 gli è stata conferito il Premio “ FIBULA D’ORO” a Castelnuovo Garfagnana.

Infine nel 2005 ha promosso la nascita ed ha svolto il ruolo di responsabile organizzativo di tutte le attività del Centro Italiano della Fotografia d’Autore, oggi fondamentale luogo di incontro e confronto per la Federazione così come è stato un continuo incontro quello tra la fotografia e la sua vita.

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“E allora partiamo da lì, da quello che scrive Roland Barthes e che giustamente Michele Smargiassi ricorda: “Davanti all’obiettivo io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. In poche righe la storia della relazione fra fotografo e fotografato e il vademecum indispensabile che entrambe le parti in gioco devono conoscere. Manca solo un passaggio: quello che io faccio finta di essere e quindi che il fotografo crede che io sia. Guardando i ritratti di Roberto Rossi la citazione diventa quasi obbligatoria perché in questo suo catalogo di volti, di espressioni, di possibili diverse declinazioni del concetto di ritratto, ognuna delle ipotesi barthesiane diventa reale. Ma c’è di più. Ogni fotografo, e credevo che questa fosse una verità incontrovertibile, quando lavora ha una distanza “giusta” dal suo soggetto, una “misura” grazie alla quale riesce a dare il meglio di sé. Rossi dimostra con maestria che questa verità è invece controvertibile. I suo ritratti non hanno una distanza costante, non una luce coerente, non un’ambientazione che si ripete. Pensiamo ai fondi marezzati di Irving Penn? Qualcuno c’è, ma troppo pochi per diventare stile. Pensiamo ai ritratti aspri, senza compassione, di Richard Avedon? Qualcuno c’è, ma troppo pochi per pensare che il maestro americano sia un suo punto di riferimento. Pensiamo ai primissimi piani che evidenziano i segni dell’acne o della vita, come in certi ritratti di Yousuf Karsh? Qualcuno c’è, ma serve a dare ritmo alla sequenza. Pensiamo alle micro a ambientazioni in studio, con una poltrona per mettere a proprio agio il soggetto, come ci insegnano gli albori della storia della fotografia? Qualcuna c’è, ma sono troppo poche per diventare sistema. Pagina dopo pagina le facce che Roberto Rossi ci regala sono una sorpresa: diversa la distanza, diversa la luce, diverso il punto di vista, diversi linguaggio e intenti narrativi. Rossi ci insegna i mille modi con i quali si possono ritrarre mille facce, senza ripetersi, senza volersi appiattire a uno stile, senza avere maestri da emulare. Una sola unica regola, forse neppure voluta: quasi tutti guardano in macchina, quasi tutti guardano il fotografo. Il dialogo degli sguardi è naturale e inevitabile perché il legame tra gli interlocutori è un’altra costante, questa incontrovertibile davvero: tutti sono consapevoli di essere in posa, di essere quello che vogliono essere, di essere quello che pensano potrebbe piacere a Roberto Rossi. Che sa che la fotografia mente, che sa che tutti i suoi ritratti, tanto magistralmente realizzati e messi in sequenza, raccontano solo una sua verità attraverso le fisionomie di altri, suoi complici involontari. Scopriamo, leggendo il testo di Michele Smargiassi, che questi ritratti sono stati realizzati nell’arco di otto anni, ogni anno con un tema o uno stile diverso. E qui entrano in gioco anche le sue capacità di editore e di comunicatore, capace cioè di mettere in sequenza volti che nascono per serialità diverse e che trovano una nuova coerenza nei ritmi che si alternano, nel mescolarsi delle diverse distanze che il girare delle pagine scandisce. Sono le facce degli amici di Roberto Rossi e se amici veri magari non sono, lo sono stati certamente per quell’ingannevole sessantesimo di secondo in cui il suo flash è scattato.”

 

Giovanna Calvenzi